Pasqua nel mondo

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●
Il canto di lode al Risorto ha risuonato nuovamente stamattina a Gerusalemme. Dopo la celebrazione vigiliare di ieri, la comunità cattolica ha celebrato la Risurrezione del Signore nella Basilica del S. Sepolcro. Alla solenne messa pontificale, presieduta dal Patriarca di Gerusalemme dei Latini mons. Fouad Twal presso la tomba vuota, hanno partecipato pellegrini di tutto il mondo.
Uno sguardo alle terre martoriate a partire dall’Iraq
◊ La Pasqua in Iraq è fonte di speranza anche per la rinascita di un Paese, da anni sconvolto da violenze e instabilità. Grandi attese sono riposte, in particolare, nel nuovo governo iracheno dopo le elezioni legislative tenutesi lo scorso 7 marzo. I cristiani iracheni sono pieni di speranza, come sottolinea al microfono di Amedeo Lomonaco il vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni:
R. – Senza la speranza non avremmo potuto resistere finora, in questa nazione, dove la guerra è molto frequente, dove gli atti terroristici sono numerosi. Quindi questa Pasqua è una buona medicina per le nostre ferite.
Segnali di speranza
D. – Si possono comunque cogliere anche segnali di miglioramento per i cristiani, nonostante i continui attacchi?
R. – Un miglioramento si vede, però non sappiamo cosa succederà. Senza un governo forte, la nostra situazione è molto difficile. Per questo dobbiamo avere questa speranza nel Signore. Che il Signore ci dia la forza di vivere la sua Risurrezione! I nostri cuori e le nostre menti sono rivolti sempre a Lui, che è stato trafitto sulla croce e poi è veramente risuscitato dai morti.
Premesse per un’autentica pace
D. – In vista del prossimo inizio del nuovo corso politico in Iraq, ci sono anche le premesse per un’autentica pace nel Paese?
R. – Se si allontanano per il bene dell’Iraq le fazioni dei partiti e delle etnie, avremo speranza per un miglioramento. Ma se si continuano ad usare gli stessi mezzi del passato, non avremo fatto niente. Speriamo che tutti abbiano imparato la grande lezione da ciò che è emerso nel passato, per vivere meglio in futuro.
Simboli della Pasqua in Iraq
D. – Quali immagini, quali storie rappresentano simbolicamente la Pasqua in Iraq?
R. – Più di un mese fa sono stati assassinati un papà e due giovani ragazzi, che erano i fratelli di un sacerdote. Questo presbitero è pieno di speranza. Un altro esempio potrebbe essere il presule Paulos Faraj Raho, rapito e poi ucciso. Speriamo che il loro sangue gridi al cielo e chieda la misericordia di Dio per poter dare saggezza ai governanti di questo Paese povero, perché anche questa gente possa vivere una vita decente.
Pasqua in Pakistan, terra di persecuzioni
In Pakistan, la Pasqua si celebra anche nel ricordo commosso di due cristiani recentemente bruciati vivi perché si erano rifiutati di convertirsi all’islam. Al contempo, la comunità cristiana testimonia una fede sempre più forte, nonostante attacchi e violenze. Anche in questo periodo buio, la Luce del Risorto è fonte di rinnovamento, come ribadisce il vescovo di Faisalabad, mons. Joseph Coutts, intervistato da Amedeo Lomonaco:
R. – Noi viviamo sempre nella fede e nella speranza, specialmente durante questo tempo. La gente viene sempre e non ha paura, perché ha una fede semplice, ma molto forte. Dicono che è sempre meglio morire in chiesa che in casa. Io non credo che questi attacchi vengano dalla gente musulmana. Questi atti sono stati compiuti da estremisti.
Immagine della Pasqua in Pakistan
D. – Eccellenza, con quale immagine si può rappresentare la Pasqua in Pakistan?
R. – La Via Crucis rappresenta pienamente la nostra vita qui in Pakistan. Da alcuni anni la nostra vita è diventata veramente la Via della Croce: noi siamo in cammino con Cristo, con tutta la nostra sofferenza, ma non siamo senza speranza. Siamo una piccola chiesa, storicamente abbastanza giovane, ma non siamo una chiesa silente, una chiesa nascosta.
Via della Croce
D. – Una Via della Croce, una strada aperta al cambiamento e rivolta a tutti i pachistani e non solo ai cristiani…
R. – Sì, anche perché per il Pakistan e per la nostra storia questo è veramente un tempo di crisi, per quello che succede in Afghanistan, ma anche per quello che avviene all’interno del Pakistan, colpito dall’estremismo dei talebani. E’ certamente un momento difficile per tutto il Pakistan!
Tempi difficili
D. – Il Pakistan vive dunque un tempo difficile. Di quali frutti ha bisogno il Paese per rifiorire, per passare dalle violenze ad un incontro fraterno? Un passaggio, questo, che possa far cambiare finalmente il Pakistan…
R. – Come cristiani noi vogliamo dare la testimonianza che per noi Dio è Dio di amore. La fede è fondata su questo. Dio è pace, riconciliazione e come cristiani noi abbiamo sempre promosso tante iniziative anche con i musulmani. Vogliamo dare sempre la testimonianza di ciò in cui crediamo.
La Pasqua in Nigeria, occasione per ripensare la pace
In Nigeria, la Pasqua, quest’anno, è un inno alla pace dopo gli scontri che hanno recentemente lacerato il Paese. Lo scorso mese di marzo tensioni politiche e sociali sono sfociate in drammatiche violenze costate la vita a centinaia di persone, tra cui cristiani e musulmani. In questi giorni si sono alternati diversi appelli per un’autentica riconciliazione, come ricorda l’arcivescovo di Abuja, mons. John Olorunfemi Onaiyekan, intervistato da Amedeo Lomonaco:
R. – Durante questi giorni, i leader sia politici sia religiosi inviano messaggi al Paese e al popolo. Io stesso ho registrato un messaggio per la Pasqua, un messaggio di gioia, di speranza, di fiducia in Dio, di celebrazione della vittoria della vita sulla morte, del bene sul male.
Messaggio di Pasqua in Nigeria
D. – Quale messaggio porta la Pasqua di quest’anno in Nigeria, Paese drammaticamente sconvolto dalle recenti violenze e costate la vita ad oltre 500 persone?
R. – Il male cerca di vincere, ma alla fine è sempre la vita che vince. Il Paese sta vivendo un momento di buio e di confusione, ma la Pasqua ci porta il messaggio di Dio, il messaggio della Luce di Dio, che ci aiuta a vedere in modo sempre più chiaro. Speriamo ora che il governo riesca a ‘rimettersi in piedi’ e che ci possa essere un modo per prevenire le violenze.
Scontri sociali e politici
D. – La natura dei recenti scontri non è religiosa, ma soprattutto sociale e politica. Ruota intorno al delicato problema della proprietà della terra contesa fra pastori, tradizionalmente nomadi e musulmani, e contadini stanziali, in maggioranza cristiani…
R. – Si tratta, infatti, di una strumentalizzazione della religione per interesse politico e sociale. E’ proprio per questo che è importante il ruolo del governo, che dovrebbe cercare di risolvere le rivalità fra gruppi, in modo che possa poi esserci pace e giustizia. Il problema è che se non c’è un governo forte, si arriva facilmente alla situazione in cui piccoli gruppuscoli di persone violente prendono il sopravvento. Ovunque in Africa, anche laddove ci sono tragedie e molte sofferenze, si nota che la gioia cristiana non manca mai, perché la gente riesce sempre ad identificarsi con Gesù che soffre sulla Croce, ma che sempre regna. La cosa veramente importante è che bisogna continuare a combattere per la giustizia, il fondamento della pace.
La Pasqua ad Haiti, che spera nella ricostruzione
◊ Ad Haiti la capitale Port-au-Prince è ancora ricoperta dalle macerie del terremoto dello scorso 12 gennaio e nel resto del Paese sono numerosi gli sfollati. Nei giorni scorsi la Conferenza dei Paesi donatori ha promesso di stanziare oltre 5,3 miliardi di dollari per la ricostruzione. La comunità cristiana vive la Santa Pasqua sperando nella rinascita di un intero Paese. E’ quanto sottolinea suor Luisa Dell’Orto della comunità delle Piccole Sorelle del Vangelo di Charles de Foucauld, raggiunta telefonicamente a Port-au-Prince da Amedeo Lomonaco:
R. – La capitale cerca di rinascere. Lo sforzo è quello di poter arrivare ad una certa normalità. Dopo Pasqua, probabilmente, la scuola riaprirà ufficialmente. Noi abbiamo potuto ricominciare grazie all’aiuto italiano, l’8 marzo. Questa apertura della nostra scuola nel quartiere ha rappresentato proprio la speranza di poter ridare ai ragazzi e ai bambini delle elementari la possibilità di uno spazio tranquillo e sereno. I genitori sono stati contentissimi.
Forza di ricostruire il Paese
D. – Ad Haiti, i minori sotto i 15 anni sono quasi il 40 per cento della popolazione. I giovani hanno la voglia e la forza di ricostruire il loro Paese?
R. – Hanno tanti progetti, ma non sanno su chi contare e come fare, perché l’assenza di tutte quelle che sono le strutture del Paese è certamente pesante. I giovani vorrebbero fare tante cose, ma non sono accompagnati.
Luce del Risorto tra le macerie
D. – In questa Pasqua le rovine di Haiti esortano in particolare ogni uomo a trovare, anche tra le macerie, la Luce del Risorto…
R. – Le celebrazioni della Settimana Santa, a partire già da quelle della Domenica delle Palme, si sono svolte regolarmente come gli altri anni. Soprattutto qui a Port-au-Prince si sono tenute all’aperto laddove le chiese non ci sono più. Si cerca di trovare nel mistero della Settimana Santa la forza per la vita, la volontà di ritrovarsi insieme, anche se gli edifici sono crollati. Alla sofferenza di Gesù si accomuna la sofferenza del popolo. Penso che quest’anno ci sia ancora di più la voglia di dire che la fede nella vita è più forte della morte. Questa vita rinasce, grazie alla solidarietà, al bene e all’amore che ci ha dato Gesù. Non conosciamo tutta la gente che ci aiuta, ma è proprio grazie a questo bene e a questo darsi da fare della gente lontana che possiamo vivere qualcosa di positivo anche qui.
Non dimenticarsi di Haiti
D. – Una Pasqua, questa, che è anche un invito per la Comunità internazionale a non dimenticarsi di Haiti…
R. – A non dimenticarsi e a continuare a voler bene a chi ha bisogno, a chi è più fragile. E’ proprio questa forza di Gesù che ci tira fuori da questo stato di sofferenza fisica, ma anche da questo senso di ‘maledizione’ per un Paese che non riesce mai a ricominciare positivamente. Gesù ci sta tirando fuori, come tira fuori Adamo ed Eva dal regno della morte. Questa è la nostra fede e la nostra speranza per questa Pasqua in modo particolare.
La Pasqua in Europa, tra tentazioni di secolarizzazione
In Europa, la Pasqua viene vissuta anche come tempo forte per contrastare le spinte della secolarizzazione e dell’individualismo. Ma come si riverbera in Europa il messaggio di speranza portato da Gesù Risorto? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto al vescovo di Piacenza, mons. Gianni Ambrosio, delegato della Cei della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece):
R. – Direi anzitutto di partire da una coincidenza delle date della celebrazione della Pasqua. Quella, appunto, fra la celebrazione cattolica e la celebrazione ortodossa. Che i due polmoni – come li chiamava Giovanni Paolo II – possano celebrare insieme il mistero della vita nuova e il mistero della Risurrezione. Io credo che questa sia una coincidenza da accogliere proprio come segno di quella comunione che occorre cercare di vivere davvero nella vita della realtà europea, cercando di essere un’Unione Europea che sappia respirare appunto con il ‘polmone occidentale’, così come con quello ‘orientale’.
Cristianesimo in Europa
D. – Quale Croce, quale Risurrezione vive oggi il cristianesimo in Europa?
R. – Credo che abbiamo veramente bisogno di questa Parola di vita, laddove c’è tanta oscurità. Vi è una sorta di rassegnazione in tante persone e in diversi popoli dell’Unione Europea. Cerchiamo allora di accogliere questo evento grandioso della Risurrezione di Cristo per viverlo con Lui, come Parola buona di speranza e di fiducia. Cerchiamo tutti di vivere questa Parola nella realtà della nostra Unione Europea.
Segni di vita nuova
D. – Il rischio è che la Pasqua sia alla fine un rito svuotato del suo vero significato, ovvero l’incontro con una persona: Gesù Cristo…
R. – Certo, perché questo è il mistero, ma a partire da questo mistero vi sono segni di vita nuova. Credo che dobbiamo, anche in Europa, così come i discepoli di Emmaus, saper vedere e saper riconoscere che c’è qualcuno in mezzo a noi, che ci accompagna, proprio per aiutarci a guardare verso l’alto e a vivere nella carità.
Europa e cambiamento
D. – E confortati da questo “Qualcuno”, quali strade dovrebbe intraprendere l’Europa per un autentico cambiamento?
R. – Credo che la strada sia quella di ricordare da dove proveniamo, guardando naturalmente anche verso dove vogliamo arrivare. L’Europa – mi pare – è troppo appiattita sul presente: diventa allora incomprensibile capire che siamo dentro una storia che viene da lontano e che porta lontano. Porta lontano se noi veramente accogliamo tutti i valori, cercando di offrire anche agli altri popoli e alle altre nazioni fuori dell’Europa il segno di questa civiltà europea, impregnata di quei valori del Vangelo che l’hanno fatta davvero grande nella storia.