Giubileo dei malati, podcast sul cammino di un giornalista colpito dal cancro

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews Il nuovo episodio del podcast giubilare “Specchi” propone la storia di Andrea Rustichelli. In questo cammino, scandito dai passi verso la Porta Santa, il redattore del Tg3 ripercorre il periodo delle chemioterapie e gli incontri con i compagni di stanza durante i ricoveri in ospedale.

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Quando i passi della vita, tra cui anche quelli compiuti in frangenti segnati dall’angoscia e dalla malattia, tentano di seguire le orme di Gesù, si oltrepassa una soglia che può tramutare la fiducia in fede, l’inquietudine in preghiera, il cammino in pellegrinaggio. Questo varco è la speranza che, nel tempo dell’Anno Santo, ha un orizzonte senza fine. È meta e principio. È la Porta Santa.

Pellegrini tra fatiche e speranze

Ogni giorno migliaia di pellegrini giungono a piazza San Pietro per il Giubileo. Provengono da ogni angolo del mondo mescolando lungo le stesse strade, che si distendono verso l’abbraccio del colonnato di Bernini e della Basilica Vaticana, diverse culture e lingue. Portano spesso nel cuore fatiche e pesi, anche dolori e sofferenze. Ma sono sostenuti dalla speranza che nasce dalla carezza del perdono.

“Specchi”, il podcast sulla speranza giubilare

La Porta Santa è proprio una sorgente di speranza, di perdono. Verso questa soglia mi sono incamminato con Andrea Rustichelli, giornalista del Tg3, per realizzare il racconto del podcast “Specchi” in vista del Giubileo degli ammalati, evento giubilare in programma il 5 e il 6 aprile. Questo episodio si può ascoltare, a partire dal 4 aprile, andando nella sezione podcast di Vatican News. Il podcast “Specchi” racconta l’Anno Santo a partire dalle storie personali per scoprire “la speranza giubilare riflessa nella vita”.

In cammino verso la Porta Santa

Una di queste storie è appunto quella di Andrea Rustichelli, autore del libro, edito dalla casa editrice Marlin, intitolato “Senza biglietto. Viaggio nella carrozza 048”. Questo numero è il codice che il sistema sanitario italiano assegna ai malati oncologici. Camminando verso la Porta Santa, Andrea ha ripercorso il suo viaggio, tra fragilità e speranza, i momenti delle cure. Parlando delle persone che ha incontrato, mi ha detto che ognuno ha la sua storia ma ci sono tratti comuni, pur nelle differenze. Si condividono paure e speranze e si è di fronte ad un destino non sempre benevolo, ad una forza cieca talvolta superiore alle proprie.

Andrea Rustichelli

Storie e incontri

Andrea Rustichelli ricorda nel suo libro che sarebbe dovuto partire per recarsi in Ucraina come giornalista della redazione Esteri. La sua richiesta era stata appena accettata. Si è ritrovato, invece, in un reparto d’ospedale per sottoporsi a vari cicli di chemioterapia per debellare un tumore. Mi ha raccontato la sua storia, intrecciata con quella di alcuni compagni di stanza conosciuti durante i periodi di degenza. Siamo partiti da piazza Pia, abbiamo percorso Via della Conciliazione avendo davanti ai nostri occhi, man mano sempre più vicina, la Basilica di San Pietro.

“Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità è indice dell’amore che siamo disposti a offrire. Il modo in cui affrontiamo la sofferenza e il limite è criterio della nostra libertà di dare senso alle esperienze della vita, anche quando ci appaiono assurde e non meritate. Non lasciamoci turbare, pertanto, da queste tribolazioni. (Papa Francesco, Santa Messa in occasione del Giubileo degli ammalati 12 giugno 2016)”

Marco e la cura della tenerezza

Lungo il cammino verso la Porta Santa, Andrea Rustichelli mi ha parlato innanzitutto del compagnio di stanza Marco, ricordando in particolare alcuni drammatici momenti di una sera in ospedale: “Si contorceva per i dolori e ha teso le mani verso di me. Io sono andato verso di lui e ho capito quanto sia importante la tenerezza, anche fisica. Io ho provato a fargli un massaggio. E ho compreso, in quel momento, quanto sia importante, al di là della naturale distanza che ci separa dalle persone che soffrono, mettersi in discussione e avere un rapporto immediato, non mediato dall’igiene, dalla paura di contaminarsi”.

La testimonianza di Mario

Proseguendo il nostro cammino, abbiamo continuato ad incrociare i nostri passi con frangenti di vita vissuta. Andrea Rustichelli mi ha parlato di Mario, un altro suo compagno di stanza durante un ricovero in ospedale. “Era un geometra, era molto simpatico, una persona più anziana di me, aveva circa 70 anni, con un tumore piuttosto importante. Riusciva però a suo modo a stare bene. Era gioviale, era cordiale, aveva questa capacità di stare a casa in ogni contesto. Lui mi ha insegnato un po’ questo, a fare casa, a sentirsi a casa”.

I protagonisti silenziosi della malattia

L’ospedale può diventare casa, ma spesso è anche la casa che “si reca” in ospedale. “I familiari – mi ha detto Andrea Rustichelli mentre eravamo in cammino verso la Porta Santa – sono i protagonisti silenziosi della malattia. Io ho spesso pensato che forse c’è una condizione peggiore che essere ammalati. Ed è proprio assistere un malato, vederlo deperire, vederlo finire, vederlo diminuire ogni giorno, deve essere una situazione molto dura; ho pensato spesso ai miei familiari. Questi sono i protagonisti silenziosi, bisognerebbe fare forse di più per loro, creare dei luoghi più accoglienti per loro”.

I malati non sono guerrieri

Durante il percorso verso la Basilica di San Pietro, Andrea Rustichelli mi ha anche detto che i malati non sono guerrieri. Hanno bisogno di vedere, per quanto possibile, la loro vita continuare a scorrere in vari ambiti e, tra questi, assume un ruolo non secondario “la terapia del lavoro”. “Più che il guerriero a me piace pensare al malato come ad un soggetto da integrare: non c’è una cultura dell’integrazione del paziente nei propri posti di lavoro, anche in grandi aziende pubbliche. Si dice spesso che la vita attiva è la terapia: bisognerebbe cominciare a praticarla questa vita attiva anche nei contesti relazionali allargati come quello del lavoro”.

La preghiera di Andrea

Che tutto si compia nella forma migliore. È questa la preghiera che Andrea Rustichelli ha scandito poco prima di salire gli scalini che portano sul sagrato della Basilica di San Pietro. “Che vada tutto bene, che tutto si compia nella forma migliore. Questo non significa necessariamente la guarigione; certo la guarigione è auspicabile, tutti vogliamo guarire. Al di là della guarigione serve che le cose prendano la loro forma migliore. Nelle varie traversie della vita ci sono anche le difficoltà, c’è anche la morte, c’è anche l’accettazione di quello che può accadere; ecco la mia preghiera è proprio indirizzata a questo, ad accettare la pienezza della vita in ogni fase, in ogni situazione”.

L’insegnamento di Papa Francesco

Il Giubileo si è aperto con Papa Francesco sulla carrozzella, un’immagine rappresentativa di come la fragilità possa intersecare la speranza. Il pensiero va anche al recente magistero del Pontefice dal Policlinico Gemelli: “Questo – ha detto Andrea Rustichelli – è il grande insegnamento del Papa. La fragilità non va rimossa, non va nascosta, va accettata come una condizione fondamentale. Il grande insegnamento è proprio questo: non aver paura della fragilità, ma affrontarla e farla nostra”.

Abbracciare la malattia

Nel libro di Andrea Rustichelli “Senza biglietto” c’è anche una immagine legata la mondo del pugilato. Uno dei due pugili impegnati nel combattimento, all’improvviso abbraccia l’avversario. In realtà, lo fa per difendersi dai suoi colpi. Come un boxeur, anche il malato deve affrontare la propria malattia. Deve in fondo capirla, affrontarla proprio come un pugile che abbraccia l’avversario.

La morte non è l’ultima parola

Dopo aver varcato la Porta Santa, i nostri sguardi si sono infine rivolti alla Pietà di Michelangelo. Abbiamo visto quella scultura senza tempo: sulle ginocchia di Maria riposa il corpo esanime del Figlio appena deposto dalla Croce. La speranza in fondo davvero non muore mai. Non muore nella malattia, non muore nemmeno con la morte: “È importante – ha detto Andrea Rustichelli – che i malati sappiano che portano una croce. Ma quel peso, quella sofferenza non è l’ultima parola. Non è quella sicuramente l’ultima verità”.

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